Il linguaggio delle emozioni

“John Bowlby afferma che ‘l’attaccamento intimo ad altri esseri umani costituisce il perno intorno a cui ruota la vita di una persona, non solo nell’infanzia, nella pubertà e nell’adolescenza, ma anche negli anni della maturità e poi ancora nella vecchiaia’ (Bowlby, 1980). Bolwby pensa che le emozioni siano legate in modo caratterizzante con l’attaccamento:

        Molte emozioni particolarmente intense si presentano durante la formazione, il mantenimento e il ricostituirsi delle relazioni d’attaccamento. La formazione di un legame è descritta come innamoramento, nel senso che si mantiene un legame perché si ama, e si soffre perché si perde il partner. similmente, una minaccia di perdita suscita dolore; così ciascuna di queste situazioni è probabile che susciti rabbia. il mantenimento incontestato di un legame è vissuto come una fonte di gioia. (Bowlby, 179).

Come abbiamo visto (…), le emozioni possono essere considerate valutazioni intuitive dell’esperienza che ne fondano il significato soggettivo. In questa seconda parte si studieranno alcuni contributi ad orientamento relazionale che permettono di vedere come la mente si strutturi sugli affetti e sulla loro regolazione interna e interattiva.

Secondo Emde, l’attività di base e la predisposizione biologica del bambino presentano la caratteristica della ‘centralità dell’emozione’ nell’esperienza relazionale: la sua esperienza viene regolata in base al criterio della piacevolezza-spiacevolezza. Gli affetti organizzano la soggettività e forniscono un senso di coerenza nell’esperienza quotidiana. Si può dire che il bambino si comporta in modo da ‘sentirsi bene’. Emde sostiene l’esistenza di un ‘nucleo affettivo alla base dell’esperienza di Sé’, che fornisce tanto un senso di continuità nel corso del cambiamento evolutivo quanto un senso di empatia verso gli altri. L’affettività è al centro della nostra identità e delle nostre relazioni. La regolazione dell’affettività è una delle preoccupazioni umane fondamentali.

(…) nei confronti delle figure di riferimento dell’infanzia, figure di attaccamento dalle quali dipende la stessa esistenza fisica e in seguito l’esistenza psicologica ed emotiva, possono essere in gioco emozioni discordanti, così forti da non poter essere elaborate nello stesso stato di coscienza, neppure attraverso l’esperienza del conflitto interno; per le quali quindi, non è possibile trovare una soluzione di compromesso o una forma di integrazione, ma solo una via d’uscita dissociativa (Bromberg, 1998). L’esistenza di queste emozioni così contraddittorie e stridenti è realmente paradossale: crea una tensione che spinge la mente a forme di funzionamento che, se diventano ricorrenti, ripetitive e rigide, possono dar vita allo scompaginamento della struttura dell’esperienza personale, alla frammentazione della soggettività, ad una disorganizzazione dei sistemi di significato, come in compartimenti disconnessi e non comunicanti fra loro.”

tratto da Il linguaggio delle emozioni, di Antonella Granieri, Cesare Albasi

                                                                                                   Dott.ssa Elena Cafasso, Psicologa Psicoterapeuta Chieri e Torino

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