Author Archives: Dott.ssa Elena Cafasso

L’importanza di scontrarsi con la vita

“Mia piccola Amélie, lei non ha le ossa di vetro, lei può scontrarsi con la vita. Se lei si lascia scappare questa occasione, sarà il suo cuore che diventerà secco e fragile… perciò si lanci, accidenti a lei!”.

Tratto dal film ‘Il favoloso mondo di Amélie’

                                                                                                                          Dott.ssa Elena Cafasso, psicologa Chieri e Torino

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L’Io e i meccanismi di difesa

I meccanismi di difesa

Il nostro apparato psichico elabora senza che ce ne rendiamo conto importanti strategie di difesa da ciò che avvertiamo come minaccioso e angosciante provenire dall’interno (istinti, desideri, affetti, memorie,..) e dalla realtà esterna. Tali meccanismi di difesa risultano spesso essere una strategia di sopravvivenza per far fronte a sofferenze che la nostra mente sente di non poter tollerare. Per quanto l’avvalersi di meccanismi difensivi sia caratteristico di ogni essere umano, il tipo di difese specifiche e la misura in cui la mente vi fa ricorso, forniscono importanti informazioni circa la personalità e le sue manifestazioni di disagio.

Già Sigmund Freud, padre della Psicoanalisi, aveva introdotto il concetto di difesa nel 1894 in Le neuropsicosi da difesa, descrivendone alcuni tipi principali e associandoli a specifiche forme di disagio psichico. La figlia, Anna Freud, nel 1961, offre un’interessante sintesi dei meccanismi messi in atto dall’Io, nel loro aspetto intrapsichico così come nel rapporto terapeutico, luogo elettivo di osservazione di tali dinamiche.

“Tutte le misure difensive adottate dall’Io (…) agiscono silenziosamente e invisibilmente. Noi dobbiamo accontentarci di farne una ricostruzione retrospettiva: non ci è mai dato di esserne testimoni al momento in cui agiscono”.

tratto da “L’Io e i meccanismo di difesa“, Anna Freud, 1961.

Adolescenza: tra fragilità e spavalderia

Gustavo Pietropolli Charmet delinea un interessante ritratto sull’adolescenza di oggi.

Fragile e spavaldo, così lo scrittore lo descrive sottolineando gli aspetti di vulnerabilità legati al valore di sé e l’atteggiamento volto a sminuire l’autorità e il potere degli adulti.

Si osserva così l’importante tendenza narcisistica di questa generazione.

“La fragilità degli adolescenti di oggi (…) si fonda sull’impressione di avere una missione speciale da compiere, e che colloca l’adolescente fuori dal suo tempo rendendolo spesso disinteressato alle vicende che dovrebbero invece riguardarlo da vicino.

Gli adolescenti pensano di doversi occupare della loro bellezza, non solo fisica, ma psichica, sociale, espressiva.

Sembrano convinti che la loro segreta missione abbia diritto di precedenza rispetto ad altre incombenze e che, in caso di conflitto fra questa e le esigenze avanzate dall’ambiente in cui vivono, non debba esserci dubbio su cosa privilegiare.

Il bisogno di curare la loro bellezza li rende permalosi, esposti al rischio di sentirsi poco apprezzati, umiliati e mortificati da un ambiente che non dà loro il giusto riconoscimento.

Quindi fragili perché esposti alla delusione derivante dal divario fra aspettative di riconoscimento e trattamento reale da parte di insegnanti, coetanei, genitori.

Fragili perché addolorati dall’umiliazione e dal rischio di doversi troppo spesso vergognare del proprio corpo e della propria, a volte irrimediabile, invisibilità sociale”.

tratto da “Fragile e spavaldo. Ritratto dell’adolescente di oggi”, Gustavo Pietropolli Charmet, 2008

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Ho sposato un narciso

Un’interessante guida alla comprensione del ‘narciso’, delle sue caratteristiche e delle dinamiche patologiche che mette in campo nelle relazioni, ma anche uno sguardo alla donna del narciso, ai tratti di personalità e ai bisogni che la rendono vulnerabile al suo fascino e alle sue capacità manipolative.

“E’ anche possibile che siate incappate più di una volta in un narciso senza rendervene conto, che vi siate lasciate avvolgere dalla sua rete di seduzione senza possibilità di fuga. E quindi, come si riconosce un narciso? Insospettitevi quando una persona vi accusa pesantemente e si chiama fuori dal gioco, e non vede la sua parte in esso. (…) Insospettitevi quando un uomo vi fa sentire una regina per un certo tempo, ma un giorno cambia all’improvviso: vi critica aspramente o sembra non accorgersi più di voi. Quando siete per strada con un uomo che cammina sempre alcuni passi avanti. Quando, qualsiasi cosa gli proponiate, dice inizialmente no, per il solo fatto che non l’ha proposto lui. Ma i segni di riconoscimento non sono tutti così negativi. Insospettitevi anche quando un uomo vi sembra troppo: troppo simpatico, galante, intelligente, spiritoso…”.

“I narcisi mostrano una ricerca disperata di rapporti più o meno fusionali che li ricolleghino all’elemento femminile, come Origine del tutto, che li possano riportare al ‘Paradiso perduto’ dello stato fetale. Le donne che i narcisi preferiscono devono essere disponibili e pazienti, sia che vengano identificate con la Grande Madre (la donna totale, la sposa nutrice che li accudisce, innamorata di loro in quanto portatori dello spirito), sia che costituiscano l’eterno femminile (la donna parziale, l’amante, la sessualità, la complice) o la compagna assolutamente collusiva. Dolci, docili, femminili, accomodanti, queste donne dovrebbero dimostrare un attaccamento profondo, assoluto e disinteressato, abdicare al partner, mostrarsi bisognose e manifestare amore incondizionato. Più i narcisi sono fusionali e simbiotici, più queste caratteristiche diventano fondamentali. Più sono individuati, più tollerano una compagna alla pari, purché li ammiri (“Dalla donna perfetta rifuggo, ho bisogno di sentirla più debole”).  (…).

Si può identificare, a volte, un paradosso che organizza le modalità di attaccamento dei narcisi: da una parte desiderano un’accettazione e una protezione totali, che superino qualsiasi loro capriccio, un amore incondizionato e indistruttibile. Dall’altra si sentono oppressi dalla dipendenza, dal timore di venire schiacciati e invasi dall’altro, con il rischio di perdersi. Altre volte ancora sono riluttanti ad assumersi la responsabilità della felicità e del benessere di un’altra persona (senso di claustrofobia). Vorrebbero una donna materna, ma vorrebbero contemporaneamente una compagna. Fai la compagna? Sei troppo competitiva, faticosa, non rassicurante. Chiedi troppo. Diventi una donna materna? Non dai più stimoli, non sei intrigante. La risposta potrebbe essere quella di avere più di una  donna, oppure di scegliere una “donna parziale”. Si tratta di una donna sfuggente, a sua volta poco attenta all’altro, che mantiene le dovute distanze e apparentemente non offre né chiede impegno. Le donne parziali non vengono in terapia perché non si mettono in una condizione di sofferenza. I narcisi non riescono ad afferrarle e daranno il meglio di sé per averle: saranno simpatici, allegri, propositivi. Queste donne non fanno loro paura perché chiedono poco: quindi daranno poco anche loroe andranno altrove a “prendere” nei momenti di vero bisogno. Con questo tipo di donne sembrano “funzionare” meglio, perché non li invadono e lasciano enormi spazi di autonomia e, allo stesso tempo, li rassicurano sul piano della continuità della relazione. Evitano così la consapevolezza e quindi si proteggono reciprocamente. In questo modo rimane intatta l’ipotesi tutta teorica di un amore grandioso e perfetto, che non viene deluso dalla quotidianità: questi uomini si accontentano di un’unione già in partenza delusiva, e di una donna che non cercano di afferrare”.

tratto da “Ho sposato un narciso. Manuale di sopravvivenza per donne innamorate”, Umberta Telfener, 2006

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Dott.ssa Elena Cafasso, Psicologa e psicoterapeuta Chieri

Donne che mangiano troppo

Il rapporto con il cibo può divenire compensativo di disagi affettivi rintracciabili nelle radici profonde della nostra storia emotiva. Comprenderne il significato e collegare il sintomo alle cause psicologiche e relazionali sulle quali si è costituito richiede un percorso approfondito all’interno della storia personale.

“Come in ogni labirintico processo per raggiungere ‘la conoscenza’ si indaga dentro di sé, per scoprire e accettare quel che di misterioso abita in noi. Questo migliorerà la tolleranza, la socialità e porterà a un’accettazione vera e più profonda di sé e dell’Altro. Il conoscersi e il riconoscersi consente di sperimentare altre vie di comportamento più adulte e più mature, senza ricorrere a regressioni orali, chiarendo il legame con la nostra parte bambina. Imparare a convivere con quel vuoto interiore, che prima tanto ci spaventava, diventa un’opportunità per maturare. (…)

La distanza

Questi tre disturbi dell’alimentazione (anoressia, bulimia, obesità), producono lo stesso risultato: creano distanza. L’anoressica si erge psicologicamente su tutti gli altri, i deboli; la bulimica offre agli altri un’immagine di sé diversa dalla realtà, una sorta di finta facciata; l’obesa costruisce attorno a sé un’impenetrabile barriera protettiva. Perché e a quale scopo la donna affetta da disturbi alimentari crea questa distanza? Secondo T. Dethlefsen sintomi fisici e psiche sono correlati in modo tale che è presente nel sintomo ciò che è assente a livello di coscienza.

Un po’ semplificata, la questione della distanza può essere esposta in questi termini: la donna anoressica è orgogliosa di tenere così bene in pugno il proprio organismo e i propri bisogni. A livello psichico, tuttavia, le manca questa autonomia; non è indipendente né in grado di decidere per sé e teme di perdere questo controllo faticosamente conquistato.

La donna bulimica accetta solo la propria immagine perfetta e rifiuta il vero Io, che quasi nemmeno conosce e di cui teme il manifestarsi. Nei suoi attacchi incoercibili di fame si impone questa parte diversa, sconosciuta, che è lontana dalle sue pretese di perfezione e che bisogna rendere innocua. La donna bulimica concede troppo poco spazio alla propria vera personalità, che quindi deve trovare uno sfogo a livello fisico. Ciò che le manca a livello cosciente è l’accettazione di sé, la capacità di fare posto al proprio vero Io.

La donna obesa, si isola fisicamente grazie alla sua barriera protettiva, dato che non riesce a farlo a livello psichico. Servendosi della ripugnanza che ispira, tiene letteralmente gli altri a distanza. Ho conosciuto donne grasse che, dopo aver perso venti chili, tornavano rapidamente a ingrassare proprio perché erano incapaci di sopportare l’interesse suscitato dal loro nuovo aspetto.  (…)

Radici comuni

(…) vorrei soprattutto sottolineare le radici comuni a tutti i disturbi alimentari, che affondano nelle primissime fasi dell’alimentazione, nell’appagamento del bisogno del lattante. Che cosa può fare un neonato, se non ottiene una risposta adeguata alle proprie esigenze di nutrimento, protezione, calore e sicurezza? Può cercare di attirare la madre; ma se anche questo fallisce, non gli resta che rassegnarsi cercando di limitare i propri bisogni. Ciò che scaturisce da tale rassegnazione, e che perdura anche in età adulta, è la sensazione di non aver ricevuto abbastanza, di averci rimesso”.

tratto da ‘Donne che mangiano troppo‘, Renate Göckel

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Dott.ssa Elena Cafasso – Psicologa Psicoterapeuta Chieri e Torino

Donne che corrono coi lupi

“Siamo pervase dalla nostalgia per l’antica natura selvaggia. Pochi sono gli antidoti autorizzati a questo struggimento. Ci hanno insegnato a vergognarci di un simile desiderio. Ci siamo lasciate crescere i capelli e li abbiamo usati per nascondere i sentimenti. Ma l’ombra della Donna Selvaggia ancora si appiatta dietro di noi, nei nostri giorni, nelle nostre notti. Ovunque e sempre, l’ombra che ci trotterella dietro va indubbiamente a quattro zampe.”

tratto da ‘Donne che corrono coi lupi‘, Clarissa Pinkola Estés

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Giornata Nazionale della Psicologia

In occasione della Giornata Nazionale della Psicologia, 10 ottobre 2018, la Dott.ssa Elena Cafasso aderisce all’iniziativa STUDI APERTI presso lo Studio Polispecialistico FisicaMente di CHIERI (TO).
Prenota un COLLOQUIO CONOSCITIVO GRATUITO al numero 328 7644859.

 

LessicoFamigliare – Massimo Recalcati

“Ogni volta che i genitori hanno un progetto determinato, o come direbbe il giovane Leopardi, un ‘piano di famiglia’, sul figlio, in quel caso rischiano di divorarlo. Rischiano cioè di far sì che il desiderio del figlio, anziché essere proprio del figlio, sia un riflesso del piano di famiglia, e questo è il peggio che possa capitare… quando i figli si trovano incaricati a realizzare non tanto il loro desiderio, ma il desiderio dei loro genitori”.

 

tratto da “LessicoFamigliare“, Massimo Recalcati, 2018

 

 

La Depressione: comprenderla e curarla

Accanto ai disturbi d’ansia, le patologie legate all’umore rappresentano oggi una delle più frequenti espressioni di disagio psicologico. Tra queste, la depressione fa riferimento ad un quadro sintomatologico specifico, naturalmente da ben distinguere dalla tristezza o dagli stati melanconici che appartengono alla comune esperienza affettiva della persona.

Tale disturbo, la depressione, può manifestarsi in un singolo episodio oppure ripresentarsi ciclicamente, rendendo qualitativamente penoso per la persona affrontare la vita quotidiana.

Esso, proprio come le altre forme di psicopatologia, si esprime nella persona attraverso le dimensioni del pensiero, dell’emotività, del corpo e della socialità. L’umore deflesso e la perdita di interesse e motivazione per ciò che in precedenza attirava la persona sono tra i segni principali della presenza di tale disturbo. Ad essi possono associarsi disperazione, pensieri autosvalutativi e di colpa, sensazione di stanchezza frequente, ipo o iper-attività, alterazioni dell’appetito e del sonno, ritiro sociale, e, nei casi più gravi, pensieri o agiti autodistruttivi.

All’origine di tale disturbo, oltre alle componenti di tipo genetico, è da sottolineare l’importanza degli aspetti legati all’esperienza soggettiva, al modo in cui la persona dà significato agli eventi della vita, percepisce se stesso e vive la relazione interpersonale con l’Altro significativo. Episodi di perdita e di lutto complicato, un Super-Io sadico, importanti vissuti di fallimento che vadano a minare l’autostima della persona, possono caratterizzare il contesto d’insorgenza di tale disagio nel quale l’emozione della rabbia assume un ruolo importante: una rabbia che il soggetto rivolge verso di sé.

Affidarsi ad un professionista…

Affidarsi ad un professionista della relazione di aiuto, quale è lo psicoterapeuta (leggi questo articolo), diviene in tal caso di primaria importanza per dare senso e significato al malessere della persona. L’esplorazione condivisa delle motivazioni all’origine del disturbo, della relazione tra sintomi e personalità, consente a paziente e terapeuta, all’interno di una relazione terapeutica di fiducia, di affrontare la sofferenza che la persona porta dentro di sé, di contenerla e di ritrovare il senso della propria vitaNei casi più gravi, un percorso che veda l’integrazione di un intervento psicologico e farmacologico in collaborazione con il medico è auspicabile per una cura più efficace del disagio.

                                                                                                        Dott.ssa Elena Cafasso – Psicologa Psicoterapeuta Torino e Chieri

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